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RUBRICA ALLA SCOPERTA DI CAPRANICA: ‘A MOLA I GEO

27 Giugno 2020

‘A mola i Geo. Probabilmente tutti ne hanno sentito parlare, o almeno accennare in qualche chiacchierata con persone anziane, soprattutto con le nonne che conoscevano bene l’ambiente e il percorso, con la verta del grano in capo per la discesa e la stessa verta con colma di farina nella faticosa risalita al paese. 

Si scendeva per vicolo Malerba e poi giù per le scale all’interno di un palazzo fino ad una piazzetta con una fontanella a livello della strada romana. Qui giunti trovavi sempre donne che attendevano di entrare o con il sacco sulla testa pronte ad affrontare la risalita. Ti veniva incontro Geo, l’attore principale della scena, tutto bianco di farina da capo a piedi (pure le scarpe erano infarinate), sempre indaffarato a rispondere e trattare con le petulanti e ciarliere comari. Entrati all’interno del portone verde ti investiva il frastuono assordate e variegato come di tuono accompagnato dalla caduta incessante di sassolini. Una sottile nebbiolina biancastra saturava l’ambiente mista all’odore di frumento e al gusto appena accennato di dolci fatti in casa. Il pavimento tremava, la grossa bascula con l’ampio quadrante rotondo tremolava, tutto il palazzotto tremava e sussultava e avevi la sensazione che anche tutto dentro il tuo corpo tremava all’unisono. Innumerevoli grossi tubi bianchi correvano lungo i muri, scendevano dal soffitto e alcuni terminavano con dei sacchi legati all’imboccatura per raccogliere ‘a farì, ‘a semmala o ‘u tatello”.

Ti impressionava in alto il lavorio incessante di un insieme di pulegge di ferro in veloce movimento azionate da larghe cinghie di cuoio che scomparivano misteriosamente attraverso strette fenditure oltre il soffitto e anche sotto il pavimento. Una ripida scala di legno, tutta bianca, portava al piano superiore. Qui, se avevi la fortuna di entrare, trovavi un mondo spiritato: due basse e larghe macchine dalla forma di casse, allineate tra stretti passaggi ballavano frenetiche danze agitandosi in un rimescolio di polvere biancastra, collegate con infiniti tubi che sembrava avessero il diavolo in corpo in un atmosfera surreale di discoteca (diremmo oggi) infernale. Quando uscivi all’aperto, confortato dal verde splendore dalla macchia di Marcò, tra uno svolazzare di grassi piccioni attirati dai grani sparsi a profusione sul suolo, ti sembrava di essere ritornato nel mondo reale. Il rumore, come un brontolio ormai amichevole, sembrava lontano. Oggi, dopo molti anni di instancabile e dignitoso lavoro, tutto tace all’interno. Le agitate macchine, le pulegge ruotanti, i bianchi tubi dagli interminabili e ingegnosi percorsi, sono ancora lì. Ma fermi, immobili, come in attesa. Tutto tace. L’odore di frumento ancora si avverte tra le vecchie mura e i marchingegni finalmente acquietati. In alto brandelli di ragnatele bianche sembra vogliano ancora ricordare con orgoglio le antiche e rumorose imprese per la bianca farina e tanto pane elargito.

Si ringrazia Antonio Sarnacchioli.

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